Schivo com'era non mi aveva fatto sapere niente della sua malattia. Sicché alla sua morte non ero neppure lontanamente preparato, tanto che contavo di andargli a fare visita tra qualche giorno. Non mi sorprende pensandoci adesso che non c'è più: Giano Accame era fatto così. I suoi dolori privati (e quanti ne aveva avuti!) se li teneva per sé come se provasse fastidio a coinvolgere gli amici nelle sue pene, a farli partecipi di ciò che poteva turbarli. Era un uomo antico che manifestava con parsimonia i suoi sentimenti, la delicatezza del suo animo, le intime gioie come le sofferenze più acute. E soprattutto era votato ad una impersonalità attiva che lo portava a privilegiare la diffusione delle idee, la conoscenza, una certa visione del mondo e della vita piuttosto che la rappresentazione di se stesso. Perciò con coerenza non cercava il proscenio, ma piuttosto i sentieri impervi che lo portavano di frequente laddove non c'era nessuno, uno spazio ideale e culturale che ha dovuto faticare non poco per far uscire dall'ombra. L'attraversamento del bosco, metafora jungeriana alla quale Accame era particolarmente affezionato, gli ha fatto incontrare i suoi simili e coloro che erano profondamente diversi da lui. Con tutti è riuscito, in sessant'anni di attività intellettuale e politica, a stabilire un dialogo che superasse le lacerazioni proprie della modernità fino a trovare sintonie quasi irreali in un modo dominato dalle apparenze. È stato così che s'è imposto, nonostante le diffidenze dominanti, all'ammirazione di coloro che non ha mai reputato nemici e neppure avversari, ma soltanto di opinioni dissimili dalle sue. E per questa via, certamente non agevole, forse più di altri della sua generazione ha contribuito alla legittimazione di quella che può darsi impropriamente chiamavamo "cultura di Destra" al tempo delle contrapposizioni radicali e delle feroci discriminazioni civili. Ma il cosiddetto "superamento degli steccati" per Accame non è mai stato l'alibi per annacquare le proprie idee, per contrabbandare la sua particolare concezione della storia e soprattutto la percezione che aveva interiorizzato del Novecento. Si metteva all'ascolto e riusciva a cogliere le contraddizioni degli interlocutori più attrezzati, ma in buona fede, volgendoli a vantaggio della cultura dei "vinti", degli esclusi, di coloro che non avrebbero mai dovuto avere cittadinanza nell'Italia egemonizzata dall'ideologia marxista ed azionista. A dire la verità, le definizioni non piacevano molto ad Accame il quale, da intellettuale raffinato, era capace di intendere le ragioni degli altri, di storicizzarle, di farle confluire nel grande mare di una cultura nazionale da ricomporre pena la fine della stessa idea di nazione. C'era un'ansia pacificatrice in Accame, insomma, che non si esauriva nell'attività di giornalista, di saggista, di animatore culturale, di agitatore di questioni "cruciali", di rivisitatore di autori scomparsi dai cataloghi dei grandi editori, di raccontatore di avventure dello spirito prima che delle idee come la Rivoluzione conservatrice tedesca, il "fascismo immenso e rosso" che non coincideva con quello storico, di un "socialismo tricolore" tutto da inventare quale pilastro di una nuova rivoluzione che conciliasse solidarietà e libertà, mercato e comunità, istanze individuali e bisogni collettivi. Un'ansia che si profondeva soprattutto nel cercare tra le pieghe della vicenda nazionale le ombre di una grandezza perduta non in chiave sciovinistica, quanto per dare un senso all'"unità di destino" che un Paese deve necessariamente avere se non vuole rinunciare ad essere soggetto storicamente rilevante. Quando nel 1980 gli chiesi di scrivere la prefazione al mio saggio su Carlo Costamagna, suo amico e maestro, fu particolarmente felice perché l'occasione gli parve propizia a saldare un vecchio debito di riconoscenza con uno dei più grandi pensatori del Novecento, ma anche perché, attraverso lo studioso ligure, poteva dimostrare quanto la cultura italiana fosse immersa in quella europea capovolgendo l'assunto secondo il quale era invece estranea ad essa. E dunque la rivendicazione della continuità tra le esperienze intellettuali degli anni Trenta e la modernizzazione di un pensiero "tradizionalista" ben presente nel dopoguerra italiano è stata per Accame quasi una sorta di missione tesa a "gettare" i semi di una rinascita politica attraverso la fioritura del dibattito intellettuale. A tal fine fu vicino, negli anni Settanta, alla corrente culturale della Nuova Destra; diresse con questo spirito il "Secolo d'Italia" dal 1988 al 1991; scrisse libri che hanno lasciato il segno; sostenne dibattiti sulla modernizzazione delle istituzioni fedele a quel presidenzialismo colto a piene mani dalla collaborazione con Randolfo Pacciardi ed il movimento Nuova Repubblica. L'eredità di Accame è nella sua opera, ma anche nell'esempio offerto alle generazioni più giovani. A ottant'anni era un vecchio ragazzo, fedele agli ideali della sua giovinezza e ad una storia che viveva nelle sue carni. Non dimenticherò le pieghe amare sul suo volto quando si sentiva tradito da coloro nei quali aveva riposto fiducia. E ricorderò sempre il suo sorriso quando scopriva le sue verità nelle parole di chi gli era lontano. Ci mancherà come può mancarci un maestro perduto.
ARTICOLO TRATTO DA IL TEMPO.IT
All’età di 80 anni è morto a Roma lo storico, giornalista e intellettuale Giano Accame. Nella sua lunga carriera è stato direttore del Secolo d’Italia dal 1988 al 1991. I funerali sabato 18 aprile nella capitale.
di Arianna Luciani
Nato a Stoccarda, nella Germania meridionale, da madre tedesca e padre italiano, ufficiale di Marina, il 30 luglio del 1928,
Giano Accame è stato un importante intellettuale, giornalista, scrittore e storico italiano. Pensatore ‘eretico’ della destra, apprezzato a destra quanto a sinistra, per le sue posizioni ‘diverse’, tanto da meritarsi la nomina di fascista di sinistra. A
Claudio Sabelli Fioretti, in un'intervista del 2004, ha detto: "Una sera ero a cena da
Mughini. C’erano
Paolo Mieli,
Fiamma Nierenstein,
Andrea Marcenaro e sua moglie
Franca Fossati. La Fossati commentò con il marito: 'Bravo quel compagno!' Sembra a volte che gli estremi si tocchino" .Morto a Roma il 15 aprile, aveva un record unico tra i giovani di Salò: arruolatosi la mattina del 25 aprile 1945, "la sera ero già in galera. Non ho mai fatto il miles gloriosus anche per questo. Avevo 16 anni", ha detto di recente in un’intervista all’Ansa. Cresciuto a Loano, passa l’infanzia a Monfalcone e frequenta quasi tutte le scuole a La Spezia. Poco prima di compiere 17 anni si arruola nella Marina per la Repubblica sociale italiana, ma come racconterà lui stesso a Sabelli Fioretti nella già citata intervista, è stato arrestato subito mentre tentava di andare da Brescia a Milano su una Topolino. Dopo una dozzina di giorni di prigionia, riesce a fuggire. La sua carriera politica inizia nel 1946, quando a Loano fonda la sezione del Fronte degli Italiani, una formazione che, circa un paio di mesi dopo, confluisce nel Movimento sociale italiano; prosegue il suo impegno politico, in un periodo – ricorda lo stesso Accame a Sabelli Fioretti – “in cui destra e sinistra si parlavano”.
LA CARRIERA GIORNALISTICA - Rimane nei vertici dell’Msi fino al 1956, quando intraprende la carriera giornalistica : prima collabora con “Tabula Rasa”, fucina di pensatori della destra e giornale di opinione. Passa poi, come capo redattore, al settimanale “Cronaca italiana” nella redazione locale toscana, e nel 1958 entra nella redazione de “Il Borghese”, il periodico politico fondato nel 1950 da Leo Longanesi e che tra i suoi collaboratori ha annoverato, tra gli altri,
Indro Montanelli,
Ardengo Soffici,
Giovanni Spadolini. Qui Accame rimane per 10 anni, fino al 1968, anno in cui lascia per contrasti interni, stesso anno in cui lascia anche l’Msi, di cui è stato dirigente e uno dei più stretti collaboratori di
Randolfo Pacciardi, il padre del presidenzialismo italiano. È poi stato redattore di alcune tra le più importanti riviste della destra italiana – “Fiorino”, “L’Italia settimanale” – ha collaborato con “Il Sabato”, “Lo Stato”, “Pagine Libere”, “Letteratura”. Dal 1988 al 1991 è stato direttore de “Il Secolo d’Italia”, che per ricordarlo domani pubblicherà quattro pagine dedicate ad Accame. Alla notizia della morte del direttore, la redazione ha ricordato "la sua indipendenza di giudizio, il suo spessore intellettuale e la sua generosità, un tratto così specifico e raro in chi è capace di profondità di pensiero. Nel suo primo editoriale sul Secolo, il 16 dicembre di ventuno anni fa, scriveva - ricorda il quotidiano - di amare 'la gente fedele, dignitosa e fiera' alla quale sentiva di appartenere comunque, nonostante gli scarti di 'insofferenza e di impazienza' che lo avevano portato su un percorso tutto suo, spesso lontano da quello del partito". "Ricordiamo, ancora - continua il giornale - la sua capacità di guardare oltre la notizia, di trasformare il giornalismo in missione e in messaggio con l'ironia e l'autoironia che non manca mai a chi è veramente 'del mestiere' e con la capacità di apprezzare i talenti più giovani. In tutto questo ci è stato maestro, per questo lo ringraziamo" .
Durissimo con
Gianfranco Fini, al quale non risparmiò critiche quando quest’ultimo, a Gerusalemme, definì la Repubblica di Sarò ‘il male assoluto’. Ha reagito duramente e, al convegno organizzato da
Francesco Storace all’Hotel Hilton di Roma, ha sottolineato che il grosso problema di Fini è l’intelligenza che gli manca.
LIBRI E PUBBLICAZIONI - È stato ricercatore per gli Annali dell'economia italiana (Ipsoa) di
Epicarmo Corbino e
Gaetano Rasi. Fino all’ultimo, ha diretto la rivista online www.passarealbosco.it. Autore prolifico, nella sua carriera ha scritto “Socialismo tricolore” (Editoriale Nuova, Milano1983), “Una storia della Repubblica. Dalla fine della monarchia a oggi” (Rizzoli, Milano 2000), "Il fascismo immenso e rosso”, “Ezra Pound economista. Contro l'usura”, “La destra sociale”, “Il potere del denaro svuota le democrazie” e “Dove va la destra? - Dove va la sinistra?, interviste a Giano Accame e
Costanzo Preve”, tutte per le Edizioni Settimo Sigillo di Roma, dal 1990 al 2004. Molti i volumi che ha curato, tra cui “Homo Oeconomicus”, insieme a
Roberto Michels, “L’idea partecipativa” con
Filippo Carli, “
Giuseppe Mazzini, Interessi e Principii”. Su di lui esiste uno speciale in "Letteratura - Tradizione" n. 42 (2008), per i suoi ottant'anni, con contributi di
Massimo Bacigalupo, Claudio Bonvecchio, Luigi G. de Anna, Simone Paliaga, Giuseppe Parlato, Caterina Ricciardi, Mario Bernardi Guardi, Giuliano Borghi, Mary de Rachewiltz, Gianfranco de Turris, Giorgio Galli, Carlo Gambescia, Luciano Garibaldi, Sandro Giovannini, Mario La Floresta, Sergio Pessot, Luca Leonello Rimbotti, Marcello Staglieno, Piero Vassallo, Marcello Veneziani, Ernesto Zucconi, Alain de Benoist, Tim Redman, Demetres P. Tryphonopoulos.
LE REAZIONE DEL MONDO POLITICO – Il primo è stato
Gianni Alemanno, che ha ricordato la figura di Accame come politico e intellettuale: "Per me è veramente una scomparsa gravissima perché è stato un maestro. È stato un intellettuale - ha aggiunto - di grandissimo spessore che ha attraversato tutta la storia del dopoguerra con posizioni sempre molto ricche e significative, uno dei grandi maestri della cultura di destra".
“Uomo di grande coerenza e di feconda cultura”: lo ricorda così il vicepresidente del Senato,
Domenico Nania. “Restano significative le sue intuizioni sul movimento 'Nuova Repubblica' con Randolfo Pacciardi in tempi durante i quali pochi ne parlavano e la sua conversazione con Landolfi sul 'Socialismo tricolore' che fornì una lettura nazionale del socialismo craxiano. Con Giano Accame - ricorda Nania - non scompare solamente un attento osservatore della destra ma anche un uomo che ha saputo vivere criticamente le alterne fasi del 900 italiano".
"I giovani hanno bisogno di grandi esempi e Giano Accame è stato uno di questi, uomo di cultura, d'azione e testimone di amore per la sua terra e per la sua gente", ha detto il presidente di Azione Giovani Roma,
Cesare Giardina. "Siamo addolorati dalla sua scomparsa - afferma inoltre - Con i suoi articoli ed i suoi libri si sono formate le generazioni che ci hanno preceduto, ci siamo formati noi e siamo sicuri che si formeranno le generazioni che ci seguiranno".
Secondo il Movimento per l’Italia con
Daniela Santaché e
Fabio Sabbatani Schiuma, la “morte di Giano Accame è la perdita di una figura storica della destra italiana. Siamo rattristati e ci stringiamo al dolore della famiglia. Giano Accame - continua Schiuma - ha rappresentato un faro culturale per intere generazioni e il suo essere innanzitutto un galantuomo ha fatto si che in tanti si possano essere confrontati direttamente con la sua visione della politica, della storia e della destra: un vero e proprio maestro". Schiuma "è vicino al figlio
Nicolò, amico di sempre, addolorato per la perdita del proprio papà".
Per il ministro per le Politiche europee,
Andrea Ronchi, con la morte di Giano Accame scompare un grande esempio di coraggio: “È un grave lutto per la cultura italiana la morte di Giano Accame, giornalista, scrittore e intellettuale di spessore e fama internazionale. La sua perdita - continua - addolora tutti coloro che hanno avuto occasione di leggerne gli scritti e seguirne la parabola, soffermandosi su un pensiero sempre moderno, maturo, indirizzato alla costruzione di una destra europea, libera e aperta all'innovazione. Un uomo capace di andare oltre le etichette. Un uomo che ha pagato la sua appartenenza politica nei circoli intellettuali ma che di questo - ha concluso - non si è mai lamentato, evitando qualsiasi sterile vittimismo e dimostrando sempre profonda serietà e coerenza".
Un “maestro di giornalismo e un uomo il cui esempio è stato prezioso per molti di noi”: così lo ricordano
Paolo Corsini e
Marco Ferrazzoli, rispettivamente presidente e segretario dell'associazione di giornalisti 'Lettera22', ricordando come "Giano fosse intervenuto, giusto un anno fa, al convegno inaugurale della nostra Associazione, dove tenne un discorso che consideriamo una sorta di suo 'testamento'". "Come professionista e come persona - lo ricorda 'Lettera 22'- Accame ha sempre tenuto fede alle proprie convinzioni, pagando di persona, anche in termini di non adeguato riconoscimento dei suoi meriti di giornalista e saggista. Questa fedeltà, insieme alla sua indiscutibile capacità professionale, è stata però la qualità che ha fatto apprezzare Accame al di là dell'ambiente 'di destra' al quale apparteneva. E questo - concludono Corsini e Ferrazzoli - rimane oggi il suo insegnamento più prezioso: il coraggio di mantenere le proprie idee anche quando questo è scomodo è la base per condurre con chi la pensa diversamente un dialogo aperto, rispettoso e proficuo per la reciproca crescita culturale".
Da parte sua, l’assessore alle Politiche culturali del Comune di Roma,
Umberto Croppi, sottolinea quanto Accame sia stato un modello di cultura critica: "La scomparsa di Giano Accame ci rattrista infinitamente. Con lui viene a mancare un intellettuale al cui Magistero si sono ispirati studiosi e intellettuali italiani ed europei, perché Accame rappresentava un modello di cultura critica da cui era impossibile prescindere. Erede di quella cultura umanistica allo stesso tempo erudita e non conformista - ricorda Croppi -, Giano Accame amava molto Roma, e Roma gli ricambiava il medesimo affetto". L'assessore capitolino sottolinea inoltre che "l'eredità che ci lascia consiste nell'aver ridato integrità culturale alla figura del "pensatore scomodo", del pensatore che non teme il potere e la sua pretesa di emarginarlo, di colui che si ribella alla 'sovranità monetaria’ dall'alto di una eterogeneità assoluta, quella che Giano Accame ha sempre avuto la sapienza di incarnare. Anche per queste ragioni oggi la città di Roma lo rimpiange, nel riconoscimento di una cultura nazionale senza più barriere e senza più rancori".
Di “una bella persona e un testimone sincero dell’Italia del Novecento” parla invece il ministro della Gioventù,
Giorgia Meloni, che aggiunge: “Saluto commossa Giano Accame. Con pacatezza, con rigore morale e con la sua lucida analisi intellettuale, egli ha rappresentato degnamente la ragione dei vinti nella guerra civile che lacerò l'Italia nel dopoguerra. Con la sua vita - aggiunge il ministro - ha rappresentato un esempio dignitoso e un faro culturale per l'intero popolo della destra italiana”.
"Con lui se ne va un maestro di libertà intellettuale. Se il mondo fosse giusto, le parole dovrebbero finire qui, per lasciare spazio alla commozione e al dolore dei tanti che si sono formati sull'esperienza umana e culturale del giornalista e scrittore". Così lo ricorda su Ffwebmagazine (www.ffwebmagazine.it), periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, il direttore
Filippo Rossi. "Accame - prosegue - è stato un pensatore 'eretico', pronto a prendere posizioni controcorrente e a difenderle a spada tratta anche contro gli alleati di partito". Con il suo "straordinario impegno di militanza intellettuale e personale per restituire alla destra italiana la piena legittimità nel dibattito politico e culturale", ha compiuto il "percorso di un nazionalista moderno, socialmente illuminato, raziocinante e dialogico verso la costruzione di una destra normale, maggioritaria, a vocazione egemonica".
Sabato 18 aprile, nella chiesa di Santa Maria della Consolazione al Foro romano, alle 10.30 si svolgono i funerali.
(tratto da fondazioneitaliani.it)